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Integrità e finanza: il valore nascosto che può determinare il successo o il fallimento di un’azienda

L’integrità come risorsa strategica: la visione di Erhard e Jensen per una finanza più etica ed efficiente


30Mar2025

Information
Andrea Gonzali Finanza comportamentale 124 hits
Prima pubblicazione: 30 Marzo 2025

«There is no other proposition in economics that has more solid empirical evidence supporting it than the Efficient Market Hypothesis... In the literature of finance, accounting, and the economics of uncertainty, the EMH is accepted as a fact of life».

Michael C. Jensen

Werner Erhard è un autore statunitense, noto per il suo contributo pionieristico nella crescita personale e nella trasformazione individuale e delle organizzazioni.

Nato a Philadelphia, ha ideato iniziative formative di grande impatto come l’est (Erhard Seminars Training) e, successivamente, The Forum.

Attraverso questi percorsi, ha introdotto approcci innovativi alla consapevolezza di sé e al potenziamento delle capacità personali, influenzando profondamente centinaia di migliaia di uomini e donne attraverso la promozione della responsabilità personale e dell'autenticità.

Nel 2004, ha avviato una collaborazione con il Prof. Michael C. Jensen, focalizzata su temi fondamentali come integrità, leadership e performance organizzativa.

Il loro lavoro congiunto ha cercato di costruire un ponte tra la sfera della trasformazione personale e il mondo dell’economia aziendale, offrendo una visione più integrata e consapevole della leadership e del comportamento organizzativo e proponendo modelli applicabili concretamente nelle imprese.

Michael C. Jensen è considerato una figura di riferimento nella finanza aziendale ed è tra gli studiosi più citati al mondo.

Dopo la laurea in economia nel 1962 presso il Macalester College, ha conseguito un MBA nel 1964 e un dottorato nel 1968 alla Chicago Booth School of Business.

Dal 1967 al 1988 ha insegnato all’Università di Rochester, dove ha fondato il Managerial Economics Research Center. Nel 1985 è entrato alla Harvard Business School come professore di Business Administration.

Il suo lavoro più noto è l’articolo scritto insieme a W. H. Meckling nel 1976, Theory of the Firm: Managerial Behavior, Agency Costs and Ownership Structure, che analizza i costi di agenzia, ovvero i conflitti di interesse tra i manager e gli azionisti.

Viene considerato come uno dei contributi più influenti dell’economia moderna.

La collaborazione tra Erhard e Jensen ha portato alla pubblicazione di alcuni articoli accademici, tra cui Putting Integrity into Finance (“Promuovere l’Integrità nella Finanza”), che propone una visione radicalmente nuova del ruolo dell’integrità nel contesto economico e finanziario.

La forza del loro approccio sta nel combinare due ambiti apparentemente distanti: la trasformazione personale e il rigore teorico dell’economia aziendale.

Questa fusione consente di esplorare l’integrità non solo come valore etico, ma anche come elemento funzionale per le performance aziendali: gli autori sostengono che l'integrità sia una condizione necessaria (ma non sufficiente) per massimizzare la performance.

Solitamente, l’integrità viene interpretata come sinonimo di onestà o moralità. Secondo Erhard e Jensen, però, questa visione è riduttiva.

In particolare, nel settore finanziario – dove le dinamiche sono complesse e altamente regolamentate – l’integrità ha un importante valore operativo: può determinare il successo di un’organizzazione o condurla al fallimento.

L’integrità dovrebbe perciò essere considerata al pari di una risorsa strategica, tanto importante quanto il capitale, la tecnologia o le competenze, in quanto direttamente correlata alla capacità di un sistema (sia esso un individuo, un gruppo o un'azienda) di funzionare in modo ottimale.

Una delle idee centrali del loro lavoro è una nuova definizione di integrità, intesa come “onorare la propria parola” (honoring one's word).

Non si tratta solo di mantenere le promesse esplicite, ma anche di rispettare gli accordi impliciti, le aspettative non dichiarate e le norme sociali che regolano le relazioni professionali. Questo concetto comprende anche l’adesione agli standard etici associati al proprio ruolo o settore, anche in assenza di vincoli formali.

"Onorare la propria parola" significa inoltre che, nel momento in cui ci si rende conto di non poter mantenere una promessa o rispettare un accordo, ci si attiva immediatamente per comunicarlo a tutte le parti interessate e per "rimediare alla confusione" (clean up the mess) causata dal non aver mantenuto la propria parola, gestendo proattivamente le conseguenze.

Quando l’integrità – intesa in questo senso operativo – viene meno, il sistema inizia a deteriorarsi, perde la sua "interezza" e diventa "malfunzionante" (out of integrity is unworkable), come una macchina con un problema al motore: continuerà forse a funzionare per un po’, ma in modo inefficiente, con spreco di risorse e con il rischio di fermarsi da un momento all’altro.

La mancanza di integrità, quindi, riduce l'efficacia operativa del sistema.

Un altro punto fondamentale della loro ricerca è la critica al paradigma dominante nella finanza, che spesso trascura il ruolo dell’integrità come fattore strutturale e la confonde con la moralità, l'etica o la legalità, che sono ambiti distinti, seppur correlati.

I ripetuti scandali degli ultimi decenni – da Enron a Lehman Brothers – dimostrano, secondo gli autori, che il paradigma finanziario è incompleto: in mancanza di una visione funzionale dell’integrità, esso non è in grado di prevenire comportamenti inadeguati o distruttivi.

Erhard e Jensen propongono quindi un’evoluzione concettuale: considerare l’integrità non come una semplice norma morale, ma come una condizione essenziale per l’efficienza economica e la coerenza organizzativa.

In altre parole, trattarla come un vero e proprio fattore della produzione, perché un sistema integro – nel senso da loro inteso – è un sistema che funziona come progettato e permette di massimizzare il valore aziendale.

Tra i concetti chiave introdotti vi è il "velo dell’invisibilità" (veil of invisibility), una metafora che rappresenta le numerose zone d’ombra che impediscono agli individui e alle organizzazioni di percepire le reali conseguenze operative e di performance delle proprie azioni quando queste sono in conflitto con l’etica professionale o, più precisamente, con l’onorare la propria parola.

Queste zone d’ombra includono, ad esempio, la paura di ammettere errori (che impedisce di "rimediare alla confusione" tempestivamente), la razionalizzazione dei comportamenti scorretti (“Lo fanno tutti”), la tendenza a considerare l'integrità come un lusso sacrificabile per obiettivi urgenti e l’adesione formale alle regole senza comprenderne lo spirito.

Gli autori arrivano a individuare undici fattori che compongono questa zona d’ombra, tra cui l’autoinganno, la confusione tra integrità e immagine/reputazione, la mancata consapevolezza del legame tra parola data e identità personale, e la sottovalutazione dell’integrità come leva produttiva e fattore di performance.

Superare questo velo richiede consapevolezza e un impegno cosciente a operare secondo il principio dell'integrità.

Le implicazioni pratiche di questa visione sono evidenti. Truffe e scandali come lo schema Ponzi messo in atto da Bernie Madoff, il riciclaggio di denaro presso HSBC, la manipolazione del tasso interbancario LIBOR o i conti non autorizzati creati da Wells Fargo, offrono esempi concreti dei danni provocati dalla mancanza di integrità nei sistemi finanziari:

  • Il caso Madoff riguarda una delle più grandi truffe finanziarie della storia: un classico schema Ponzi in cui i rendimenti promessi da Bernard Madoff agli investitori (la sua "parola" data) venivano pagati con i fondi dei nuovi clienti, anziché da profitti reali. Per anni, Madoff ha ingannato migliaia di investitori, causando perdite per circa 65 miliardi di dollari.
  • HSBC è stata coinvolta in un vasto scandalo di riciclaggio di denaro che, tra le altre cose, ha visto la banca favorire il trasferimento di fondi provenienti dai cartelli della droga messicani e da altri soggetti ad alto rischio, evidenziando gravi carenze nei controlli antiriciclaggio e violando implicitamente la "parola" data alle autorità di regolamentazione di operare in modo responsabile. Nel 2012, l’istituto ha pagato una sanzione di quasi 2 miliardi di dollari per chiudere le indagini.
  • La manipolazione del LIBOR, il tasso interbancario di riferimento per trilioni di dollari di contratti finanziari a livello globale, ha coinvolto diverse banche internazionali che, per anni, hanno alterato i dati comunicati al fine di trarne profitto. Questo ha minato l'integrità stessa del LIBOR, la cui "parola" implicita era quella di riflettere fedelmente i costi di prestito interbancario. Ciò ha compromesso la fiducia nei mercati e ha portato a multe miliardarie.
  • Wells Fargo è stata al centro di uno scandalo etico e reputazionale quando si è scoperto che, per anni, i dipendenti avevano aperto numerosissimi conti bancari e carte di credito non autorizzati a nome di clienti ignari, spinti da obiettivi di vendita aggressivi e da sistemi di incentivi distorti. La banca ha così violato la "parola" data ai clienti sulla gestione trasparente dei loro dati e dei loro conti. Il caso ha avuto un forte impatto sulla governance dell’azienda e sulla fiducia dei clienti.

Spesso, sono proprio le pressioni per raggiungere risultati a breve termine a indurre i dirigenti a sacrificare il valore aziendale di lungo periodo, giustificando talvolta piccole mancanze di integrità che poi si accumulano nel tempo.

Alcuni studi riportano che molti CFO sarebbero disposti a intraprendere pratiche discutibili pur di non deludere le aspettative di breve periodo degli analisti finanziari.

Questi esempi sottolineano un punto fondamentale: l’integrità non dipende solo dalle scelte individuali, ma è fortemente influenzata dalle strutture organizzative e dagli incentivi esistenti.

Sistemi retributivi mal progettati, ad esempio, che premiano i risultati senza considerare come vengono ottenuti, possono finire per favorire comportamenti non integri a scapito della sostenibilità etica e della performance di lungo termine.

Per questo motivo, Erhard e Jensen sottolineano l’importanza di riforme sistemiche che consentano agli individui di agire con integrità senza essere penalizzati dal contesto aziendale.

Promuovere l’integrità in finanza significa, dunque, costruire un ambiente in cui gli incentivi economici siano allineati con il principio di onorare la parola data e con i valori etici.

Le istituzioni devono adottare misure concrete: audit periodici sull’integrità, procedure trasparenti e tempestive per gestire i comportamenti scorretti e le promesse non mantenute e, soprattutto, una leadership che operi con integrità, fungendo da modello positivo anche quando deve ammettere e gestire i propri errori.

È essenziale anche formare i dipendenti affinché possano riconoscere e superare la “zona d’ombra dell’invisibilità”, sviluppando maggiore consapevolezza e responsabilità rispetto alla parola data e al suo impatto sulla funzionalità del sistema.

Affrontare seriamente il tema dell’integrità secondo la definizione di Erhard e Jensen non è quindi solo una questione morale, ma una strategia fondamentale per il successo sostenibile di un’azienda e per la sua massima performance.

L’integrità, intesa come onorare la propria parola, rafforza la fiducia (elemento cruciale per il funzionamento del sistema finanziario), aumenta la velocità e l'efficienza delle operazioni (riducendo attriti e costi di transazione) e contribuisce a creare organizzazioni più resilienti, trasparenti e orientate al lungo termine, capaci di generare valore in modo affidabile e prevedibile.

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